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L’8 marzo visto da un uomo con due donne in casa

Ogni anno, l’8 marzo, ci si confronta volente o nolente con questa cosiddetta festa della donna.

Da uomo, scherzo, non prendo mai nulla troppo sul serio e mi chiedo se gli altri 364 giorni dell’anno siano festa degli uomini. Almeno uno, datecelo!

Da compagno di una donna e padre anche di una figlia, questa festa comincia a starmi un po’ stretta. Per loro, non per me.

L’8 marzo mi sembra un varco spazio-temporale che porta indietro di almeno una cinquantina d’anni.

Aldilà delle connotazioni commerciali che orbitano attorno a qualsiasi pretesto di business mi chiedo: ma veramente nel 2010 c’è la necessità di festeggiare una giornata della donna? Se sì, a che serve e a chi?

Personalmente la vedo come una triste rivendicazione di una sorta di spazio che non si sente proprio per cui ci si rifugia in riserve per sentirsi al sicuro e da cui continuare a lamentarsi sterilmente.

L’uomo e la donna sono splendidamente e fortunatamente diversi.

Ecco, io propenderei per una giornata in cui venga festeggiata la diversità e le splendide peculiarità dell’uno e dell’altro sesso: in casa, in famiglia, a lavoro, nella società, ovunque.

Finchè si sentirà il bisogno di quote rosa e festa della donna, a mio avviso non si rivendica correttamente il ruolo chiave della donna nella società. E mi sembra di capire che non sono l’unico a pensarla così.

E sono felice che anche la Chiesa esterni il proprio pensiero affinchè sempre più donne aprano gli occhi e capiscano il ruolo secondario ed avvilente che verrebbe loro riservato.

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  • Sai, una cosa che non capisco è perché tante donne osteggino le “quote rosa”. Senza considerare che il nome in sé fa piuttosto schifo, trovo assurdo questo volersi aggrappare a questioni di principio (bisogna dare spazio a chi se lo merita) quando si sa che non si gioca mai secondo le regole in questo Paese.
    Quella delle donne è una categoria svantaggiata di partenza, frutto di una cultura, nemmeno troppo nascosta, che le vuole indietro, nascoste, relegate in casa. E non sto parlando soltanto della base della società, ma di un input che proviene dall’alto, dal mondo della politica e dei mass media.

    Istituire percentuali protette per chi è svantaggiato contribuirebbe non solo a riequilibrare una situazione di diseguaglianza che ci vede al pari di tanti paesi del Terzo Mondo, ma aiuterebbe a cambiare la cultura. Non nel giro di due o tre anni, certo, ma in dieci o venti, chissà, diventerebbe normale riscontrare nella politica, nell’imprenditoria, tra gli intellettuali, la stessa percentuale di uomini e donne.
    E allora anche la festa della donna, questa ricorrenza odiosa proprio per il suo rimarcare quello che non è, sarebbe un ricordo di altri tempi.

  • Niki, occorre dimostrare con i fatti che non avete nulla da invidiare agli uomini e avete tutte le caratteristiche per evidenziarlo, sottolinearlo e amplificarlo come e quando volete. Una legge vi tratta al pari di coloro che, per motivi oggettivi, naturali o sociali, risultano svantaggiati. Una via di mezzo tra essere considerati diversamente abili o un falco pellegrino in via d’estinzione. Ripeto, mi da tanto l’idea di una zona franca, protetta in cui poter mitigare la propria posizione di svantaggio. Io se fossi donna un po’ mi sentirei offesa. Nessuna donna avrebbe bisogno di una riserva di posti per poter ricoprire alcuni ruoli chiave. E le capacità vanno dimostrate con i fatti, alla pari e senza vittimismo.

  • Armando non è come dici. Qui non si tratta di ammettere, al di fuori di ogni ipocrisia, che le donne sono svantaggiate. Non tutte, non ovunque, ma è così. Leggi che sanciscono che i diritti e i doveri sono uguali per tutti i cittadini già ci sono, a cominciare dalla Costituzione, ma sai benissimo che poi la realtà è diversa.
    Certo che le quote servono a mitigare una posizione di svantaggio, è così ovunque, ma non è detto che debbano essere applicate per sempre e solo perle donne.
    Da donna, non mi sento offesa, mi offende molto di più una società che mi vuole per forza relegare in ruoli che non sono quelli che ho scelto, che mi danneggia se manifesto il desiderio legittimo di avere dei figli, che mi paga di meno per lo stesso lavoro che svolge un uomo, per le mille difficoltà che mi derivano solo dall’essere nata di sesso femminile.
    Sai anche cosa è vagamente offensivo? Il pensare che non ci siano donne capaci in quantità tali da coprire la percentuale di quote protette, questo sì. Non si tratta di occupare dei posti con delle incapaci, ma di riservare dei posti a donne capaci, competenti, capaci di dimostrare con i fatti il loro valore che ora, proprio perché la società in Italia è fatta ad immagine e somiglianza degli uomini, sono costrette a rimanere al palo.

    • Niki, la pensiamo esattamente nello stesso modo circa cosa NON è la donna e cosa è giusto che NON succeda nei loro confronti. Tu credi che una norma o una consuetudine possa aiutare ma poi, ahimè, ti contraddici ammettendo che persino la costituzione in Italia è ormai diventata carta straccia.
      Sono d’accordo sul ruolo che tende a darti la società, meno su cosa può risultare utile mettere in campo per evitarlo

  • Non vedo la contraddizione. Se si parla di percentuale si parla di numeri, e con i numeri è molto più difficile barare. Tra l’altro ha funzionato perfettamente nel nord Europa e negli Stati Uniti per quanto riguarda le minoranze etniche, perché non provare anche qui?

    • Ma Niki le donne non sono una minoranza etnica da preservare (ammesso che negli states abbia funzionato). Sono cambiamenti lenti nel costume e nell’educazione di un popolo. Non credo, a mio avviso, che possa “passare” per un piano normativo. O meglio, legalmente parlando la parità c’è già da tempo per fortuna. Adesso dobbiamo lavorare sulle nuove generazioni, a scuola più che in parlamento secondo me. La contraddizione sta nel fatto che da una parte rivendichi l’utilità di una norma e dall’altra che in italia delle norme se ne fregano tutti.

  • Armando, credo di essermi spiegata male: negli Stati Uniti (tanto per citare un caso), non è che ci siano le quote protette per “preservare” determinate etnie, ma per metterle alla pari con quelle già privilegiate. Entrano tra queste gli afroamericani e le donne, per esempio. Nel nord Europa, dove funzionano da tempo per le donne, si è giunti al punto che ormai sono del tutto inutili perché la presenza di queste nei vari settori della società è fatto culturalmente acquisito. Quello che tu auspichi è un processo naturale che in questo Paese, proprio per alcune sue peculiarità, non sarà possibile se non in un tempo lunghissimo che le donne non possono permettersi di attendere.
    No, io dico che certe norme è più facile aggirarle, quando queste parlano di principi, sacrosanti sì, ma che si prestano ad essere ignorati. Insomma, un conto è dire che una offerta di lavoro si deve rivolgere per legge a tutti e un altro che una certe percentuale deve essere riservata alle donne.

    Non so se lo hai letto, ti aggiungo qui il link del post di Elena (Senza aggettivi), dice più di quanto io possa in dieci commenti. È il discorso che ha tenuto oggi al Consiglio Comunale di Lugo http://senzaaggettivi.net/2010/03/08/cose-che-ho-detto-3-8-marzo-2010/#comments

    • Vado a leggerlo con piacere. Tutto sommato, a modo tuo, sei più ottimista e garantista di me. Ne faccio tesoro: provenendo da una donna ha certo “vissuto” che io non posso avere e che posso solo immaginare. Mi auguro che tu abbia ragione

  • Concordiamo: bisognerebbe nella società attuale festeggiare e recuperare il valore della diversità maschile e femmile, educando le nuove generazioni a riconoscerne il valore, ad apprezzarla e a costruire su di essa.
    Valori, bisogni, capacità maschili e femminili dovrebbero imparare a riconoscersi, rispettarsi e dialogare in maniera equilibrata tra di loro.
    Amami blog, http://www.amamiblog.

  • ottima riflessione, solo un consiglio ma esclusivamente tecnico..i viggoli e punti i vulemu abbissari na bona vota?

    • Marco, ora crollo dal sonno. Ti prometto che domani mi rileggerò con calma il commento e proverò a capire che vuoi dire, ok? 🙂

      • Perdonami, sono una polentona meneghina: che vuol dire ‘abbissari’? 😉
        grazie, neh!

        • Ahah, “abbissari” significa sistemare. Credo che secondo il mio cazzaro amico d’infanzia nonchè esimio responsabile editoriale di testata giornalistica dovrei rivedere l’uso della punteggiatura nel mio post:)
          Non ho ben capito a cosa si riferisce ma attendo con ansia 😉

  • Nadia DiNatale

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